La crisi del Partito Democratico
Sabato 21 si è riunita l'Assemblea Nazionale dei delegati del Partito Democratico, convocata d'urgenza dopo le dimissioni del segretario Walter Veltroni. L'Assemblea, contrariamente a quanto previsto, ha ratificato ad ampia maggioranza l'elezione di Dario Franceschini, braccio destro del segretario uscente, alla carica di Segretario reggente, in attesa del congresso nazionale in programma ad ottobre.
Restano tuttavia fosche nubi all'orizzonte circa il destino del partito, fortemente diviso in numerose correnti interne a pochi mesi dalle elezioni europee.
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I nodi vengono al pettine
Sembra incredibile, ma è passato poco più di un anno dalla nascita del Partito Democratico. Sembra incredibile perché tale evento politico, salutato come un avvenimento decisivo per il futuro del paese, è stato accolto da una grande campagna mediatica e da un notevole consenso popolare, che ha portato all'elezione quasi "per acclamazione" del segretario Walter Veltroni .
Proprio ciò rende incredibile tutto quanto successo negli ultimi mesi: un grande partito popolare, che ambiva a diventare il primo partito italiano per numero di consensi e che invece rischia lo scioglimento in seguito ad una sequela interminabile di sconfitte elettorali e di lotte intestine è un qualcosa degno di una repubblica delle banane... messa così, sembra davvero una colossale presa in giro ai danni dei numerosi elettori che hanno creduto in questo progetto.
Qualcuno potrebbe obiettare che è ingeneroso bocciare in questo modo un progetto tanto complesso e ambizioso; tuttavia è soprattutto il modo in cui è stata condotta l'operazione ad averne causato il fallimento.
Si è tentato, infatti, di fondere i due principali partiti della sinistra (Margherita e Ds) pur sapendo che le differenze che li dividevano, in termini di valori e obiettivi politici, erano considerevoli. Si è riunito quindi in un solo partito un po' di tutto, da ex democristiani "doc" vecchi e nuovi (Scalfaro, Fioroni) a reduci del vecchio Pci (D'Alema, Bersani, Fassino), da "prodiani" convinti (Parisi, lo stesso Veltroni) ai cosiddetti "teodem" neopapisti (la Binetti), passando per ex socialisti riformisti e, dulcis in fundo, ex radicali abiurati (Rutelli!). Insomma, di tutto un po', nella speranza che l'investitura di un "nuovo" leader idolatrato dalle folle, Veltroni, potesse far decollare un progetto che aveva molta apparenza, tante dichiarazioni d'intenti, ma pochissima sostanza, in termini di programma politico. Quando è stata messa in discussione anche la posizione di Veltroni, è iniziata la fine, in quanto Veltroni era davvero l'unico garante, il fiduciario di un partito ancora tutto da costruire.
Più corretto sarebbe stato, anzichè scegliera prima un capo e dopo costruirgli intorno un partito, formare un'assemblea costituente che definisse uno statuto e un preciso programma politico, al quale chiedere di aderire a tutti i sottoscriventi. Invece si è scelta la via più immediata, cioè utilizzare il serbatoio elettorale di due grandi partiti e ad esso appoggiarsi, sperando che nessuno si accorgesse delle contraddizioni.
In questo modo, però, non si costruisce un nuovo partito, ma se ne rottamano due vecchi. Le conseguenze sono logiche e sotto gli occhi di tutti, con un gruppo dirigente che pare incapace di trovare una via d'uscita credibile e la fiducia degi elettori crollata sottozero.