Tremonti e il ritorno al posto fisso

A chiusura dei lavori del congresso organizzato da Bpm, il ministro dell'economia Tremonti rilascia le seguenti dichiarazioni: «Non credo che la mobilità di per sé sia un valore, penso che in strutture sociali come la nostra il posto fisso è la base su cui organizzare il tuo progetto di vita e la famiglia»; «La variabilità del posto di lavoro, l'incertezza, la mutabilità per alcuni sono un valore in sé, per me onestamente no».
Immediata la replica di Guglielmo Epifani che, sebbene concorde con le dichiarazioni del ministro, dice: «Sulla mobilità chiedete un commento alla Confindustria».

Lingua: 
Italiano

Un passo avanti

Io non sarei così negativo nel sottolineare le contraddizioni, certamente esistenti, con quanto avvenuto in passato. E' ormai innegabile che quando la mobilità diventa precariato ciò non può che influire negativamente sull'economia (e di conseguenza sul benessere dei cittadini). Le dichiarazioni del ministro Tremonti vanno in questa direzione e mi sembra che sia un buon passo avanti.
Anche in passato Tremonti aveva espresso alcune considerazioni economiche non prive di fondamento e sicuramente non all'insegna del liberismo spinto.
Bisognerebbe però riflettere sui motivi per cui nessun Governo negli ultimi anni ha fatto nulla di concreto per combattere il precariato. Probabilmente nel momento in cui si tratta di fare scelte coraggiose, che richiedono un certo impegno in termini di risorse e di riorganizzazione del lavoro nel Paese, le buone idee dei singoli si scontrano con la resistenza legata alle esigenze particolari.
Fare politica dovrebbe significare, all'interno di un partito o di un'alleanza, essere d'accordo su pochi temi fondamentali. E' triste, invece, assistere a quanti veti incrociati vengano posti per questioni di poca importanza per l'interesse generale.
Io ci credo alla buona fede del ministro, ma sono altrettanto convinto che il suo potere non sia così grande come potrebbe sembrare, almeno se uno vuole continuare a fare il ministro...

Mutazioni politiche ...e sociali

Sorprendono le dichiarazioni del ministro Tremonti, sembrano uscite dalla bocca di un esponente della sinistra; ed in merito Angeletti, leader della Uil, dichiara: «Tremonti parla come se fosse un nostro iscritto. Non so se gli farà piacere, ma è così».

E mi verrebbe ancora da chiedere al ministro: «Ma non fu proprio lei ed il governo di cui era ministro, nel 2003, ad approvare la legge Biagi, il cui testo fu da molti contestato in quanto stravolgeva le prime bozze redatte del professore?»

Conclusioni:

1. Le dichiarazioni di cui sopra confermano ancora una volta un cambiamento nel fare e concepire la politica già evidente da tempo. L'era della politica sostenuta da coerenti teorie economiche e sociali, e che quindi proponeva una visione della società per il futuro, è definitivamente finita. Viviamo ora in tempi in cui la politica, estremamente liquida e talvolta anche rarefatta, insegue le esigenze (e le emergenze) contingenti rivolgendosi all'elettore come ad un cliente, che va accontentato affinché sia soddisfatto del "prodotto" che ha acquistato alle elezioni.

2. E' evidente l'handicap di un tale approccio alla gestione della cosa pubblica, che scende direttamente dal punto 1: la poca lungimiranza. E quindi la necessità di dire e contraddire (o peggio, di fare e disfare) a seconda degli eventi e delle situazioni. Risultato: la politica, che dovrebbe guidare il paese e la società, non conduce la collettività lungo un cammino lineare, ma lungo un frenetico percorso ad ostacoli senza capo né coda, col rischio di regredire anziché progredire.

Le conclusioni sopra esposte palesano in modo (a mio giudizio) incontrovertibile, che viviamo in periodo di forte crisi, non solo economica (alla quale noi italiani siamo avvezzi), quanto politica e probabilmente sociale (se è vero il teorema per cui la classe dirigente di un popolo è una fedele immagine del popolo stesso).